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lunedì 18 luglio 2011

Michael Gregorio Critica della Ragion Criminale

Michael Gregorio Critica della Ragion Criminale, Einaudi 2006

voto 8/10

Nei cenni biografici del risvolto si legge solamente “Michael Gregorio insegna filosofia”, e non poteva essere diversamente visto il titolo dell'opera. Forse azzardata ma sicuramente rispettosa la scelta dell'autore ( in realtà degli autori, poiché Michael Gregorio è lo pseudonimo utilizzato dall'inglese Michael J. Jacob e da sua moglie, l'italiana Daniela De Gregorio ), che storpiando il titolo della celebre opera di Kant fa diventare il grande filosofo uno dei protagonisti di un noir ambientato nella Prussia di inizio Ottocento. Una serie di omicidi rituali terrorizza Königsberg, già in allarme per l'avanzare delle truppe francesi, e, con il constante riferimento di Kant, Stiffenis viene chiamato a indagare. L'aspetto narativo più riuscito è sicuramente l'ambientazione; la città è una sorta di New Orleans di inizio Novecento dove, tra fango, nebbia, freddo e ratti si alternano razionalità ed esoterismo, vicende storiche e pretesti narrativi, potere e miseria, tragedie famigliari e sociali. L'idea di Gregorio è sicuramente ambiziosa e originale ( pur rientrando nel filone faction ) ma forse un po' pretenziosa. La narrazione comincia in modo accattivante per poi diventare discontinua, singhiozzante e, inevitabilmente, noiosa. Anche il rapporto di Stiffenis con Kant, chiaro riferimento paterno, poteva essere sviluppato in modo più organico, così come le argomentazioni e le discussioni puramente filosofiche. Nota di merito va invece a Mario Marchetti per la riuscita traduzione italiana, farcita di un lessico ricercato, forse un po' obsoleto ma sicuramente rigoroso e stimolante.


martedì 17 maggio 2011

Allan Guthrie La Spaccatura

Allan Guthrie La Spaccatura, Einaudi 2006

voto 10/10

Dalla quarta di copertina: “ Un noir che il « Guardian» ha definito «un debutto sbalorditivo, oscuro e magnifico al tempo stesso». Questo è ' La Spaccatura' di Allan Guthrie. Nella Edimburgo di Irvine Welsh, tra quartieri popolari, piccoli delinquenti, ex galeotti, investigatori delusi da romantiche promesse letterarie, donne infedeli ed eroi improvvisati si snoda una vicenda affascinante e coinvolgente. Un intreccio costruito magistralmente, con un crescendo finale allucinante e sorprendente, un sguardo crudo e disilluso sull'abusato romanticismo di vite ai margini.


Hammet aveva fatto l'investigatore nella vita reale e avrebbe dovuto sapere come stavano davvero le cose. Non aveva scuse per aver fatto apparire eccitante quel lavoro di merda. Non succedeva mai niente. Niente. Zero. Nisba. […] Dovevi rimanertene lì al freddo a osservare il quasi niente diventare un bel cazzo di niente.


mercoledì 13 aprile 2011

Norman Mailer Il castello nella Foresta

Norman Mailer, Il castello nella Foresta, Einaudi 2008

voto 10/10

Quello di Norman Mailer è un libro piacevolissimo e complesso; difficile riuscire a renderne la profondità, lo stile e l'acume in poche righe ( tanto che mi verrebbe da consigliarlo come argomento di tesi di laurea). Quello che è certo è che si tratta di grande scrittura (va ricordato che Mailer ha vinto due premi Pulitzer, per Le Armate della Notte e Il Canto del Boia), gradevole e riuscitissima commistione della tradizione storico-formativa europea con lo stile asciutto e agile, pervaso da una, seppur morbida, spregiudicatezza, tipico della narrativa americana. Si tratta ancora una volta di un esempio dalla faction della tanto cara agli statunitensi, in uno dei suoi esperimenti più coraggiosi, visto l'argomento trattato, che solo la consapevolezza della propria maestria con gli strumenti della scrittura riesce ad affrontare, innalzando l'opera sopra la troppo labile linea di demarcazione tra arte e spazzatura ben confezionata. Ne ' Il Castello nella Foresta' si narra l'infanzia e l'adolescenza di Adolf Hitler dal punto di vista della limitata onniscenza di un demone che decide di esplicitare il suo rapporto di intermediario tra il diabolico e l'umano, nell'eterna lotta con il divino per la possessione dell'anima. Non si pensi però a una facile associazione diretta tra il Male e colui che del male è l'icona del Novecento; il diavolo di Mailer è astuto e allo stesso tempo ingenuo, profondo nelle sue macchinazioni per influire sull'animo umano e allo stesso tempo consapevole dell'impossibilità di comprenderlo fino in fondo, subalterno a un'autorità superiore (il Maestro) e ai limiti e agli obblighi da lei imposti, come l'assenza di memoria o il continuo peregrinare, oltre a un più che umano ( o diabolico) desiderio di riconoscimento personale e professionale. Accanto a una rigorosa indagine storiografica, corredata da un'ampia bibliografia, Il Castello nella Foresta rimane soprattutto un romanzo, dove il giovane Hitler passa spesso in secondo piano a favore dei complessi personaggi comprimari, in particolare Alois, padre del futuro dittatore. Il libro è intriso di una sessualità quasi esclusivamente incestuosa, vero motore della narrazione, alla quale si affiancano, in una pudica blasfemia, epocali vicende storiche, argute e orignali riflessioni sulla natura umana, considerazioni religiose e metafore mirate anche se mai, con esplicito avvertimento del narratore, ingenuamente dirette.

martedì 1 marzo 2011

Josh Bazell Vedi di non Morire



Josh Bazell Vedi di Non Morire, Einaudi 2009

voto 9,5/10

Libro davvero davvero da raccomandare quello di Josh Bazell, letterato e medico, che esordisce con un romanzo originale,di sicuro impatto e, soprattutto, spassoso. 'Vedi di non morire' porta, con una scrittura agile, a situazioni oltre il limite dell'assurdo, ma sempre ancorate, in modo tragicomico, alla realtà. Una corsa contro il tempo costellata di elementi grotteschi, parodistici e allo stesso tempo romanticamente disincantati. Da leggere assolutamente.

lunedì 28 febbraio 2011

Marek Krajewski La Fine del Mondo a Breslavia

Marek Krajewski La Fine del Mondo a Breslavia, Einaudi Stile Libero, 2008

voto 9/10

Non giudicate il libro dalla copertina; a volte proprio non ci si riesce, ma con il romanzo di Krajewsky è un consiglio da seguire. Non perché la suddetta abbia qualcosa che non va, semplicemente non riflette minimamente il contenuto del romanzo. Una foto in stile fine Ottocento inizio Novecento che rimanda a lussuriosi sogni oppiacei, donne svestite in una penombra verdognola che potrebbero essere prostitute allucinate o dame vampiro come quelle che intrappolano Harker nel castello di Dracula; se si aggiunge che Krajewsky insegna filologia classica all'università di Wroclaw (l'attuale Breslavia) di certo non si è portati a immaginare che Eberhard Mock, il protagonista della serie, possa essere un personaggio così modernamente riuscito, in un contesto di genere saturo di imitazioni, o peggio, sedicenti innovazioni, come quello del noir poliziesco.

martedì 22 febbraio 2011

Kenneth Fearing Il Grande Orologio


Kenneth Fearing Il Grande Orologio, Einaudi Stile Libero, 2001

voto 8/10



Dice molto bene Luca Conti nella postfazione, quando inquadra George Stroud nelle coordinate Todoroviane:


Il delitto viene compiuto nelle prime pagine e i sospetti della polizia si concentrano su una certa persona ( il personaggio principale). Per provare la sua innocenza, costui deve industriarsi a trovare il colpevole, anche se per far ciò egli rischia la vita. Si può dire che, in questo caso, il personaggio principale è allo stesso tempo il detective, il colpevole (agli occhi della polizia) e la vittima ( potenziale) dei veri assassini.1


e allo stesso modo nota acutamente come, nonostante la coralità di voci, relative ma mai di secondo grado, focalizzate su un unico evento, la struttura del romanzo non possa ascriversi nella focalizzazione interna multipla teorizzata da Genette2. Il crimine e il colpevole si conoscono fin dall'inizio, e paradossalmente il protagonista si troverà a dover investigare su sé stesso ( con a disposizione fonti praticamente illimitate) per dimostrare la sua colpevolezza, tutto per ordine del suo capo, il vero assassino. Il libro è un susseguirsi di brevi capitoli narrati in prima persona, nella quale quasi tutti i protagonisti raccontano la parte della vicenda in cui sono coinvolti. Lo sviluppo del racconto non è quindi dato dall'evolversi delle indagini, del delitto si sa tutto subito, bensì dai tentativi del protagonista di destreggiarsi tra i meccanismi nell'enorme ingranaggio3 che lui stesso contribuisce a creare. Fearing delinea i personaggi in modo essenziale e intelligente, fa dire tutto a loro, spesso sorprendendo con un genuino e riuscito distacco dall'ovvio, finché il lettore non arriverà a sapere della faccenda più degli stessi protagonisti. Nonostante l'apparente complessità strutturale, la vicenda si sviluppa in modo lineare; i punti di vista relativi non sono quasi mai contemporanei, e il motore narrativo viene sempre alimentato da piccole porzioni di storia unite a personaggi convincenti – ad esempio la bella e riuscita la figura del barista rigattiere.

1Tzvetan Todorov, Tipologia del romanzo poliziesco, in « Paragone», n. 202, pp 3-14, 1966, poi in Poétique de la prose, pp. 55-65, Seuil, Paris 1971 (trad. it. Poetica della prosa: le leggi del racconto, Bompiani, Milano 1995)

2Di nuovo Conti si rivela molto attento nel portare come esempio di applicazione di tale teoria il film «Rashomon» di Kurosawa

3L'enorme ingranaggio è l'acuta traduzione del titolo nella prima edizione italiana

Walter Mosley Little Scarlett


Walter Mosley Little Scarlett, Einaudi Stile Libero Noir, 2008

voto 6 (politico)/10

Walter Mosley, Little Scarlet, Einaudi 2008


Booooring, direbbe un americano. Più che noioso, il libro di Mosley è in realtà davvero scontato, nonostante la palese pretesa di riflettere su grandi tematiche e nel contempo delineare personaggi memorabili. ' uno dei personaggi più complessi del noir contemporaneo, l'unico vero erede dei mitici detective privati di Hammet e Chandler' recita trionfalistica la quarta di copertina; d'accordo che bisogna venderlo, il libro, però dire due scempiaggini in due righe è un po' troppo. Bisogna ammettere che Mosley è buon narratore, con uno stile fluido e lineare, e nonostante il ritmo sia un po' discontinuo e frantumato, il risultato non entusiasma ma si lascia leggere. Una narrativa leggera che riduce però i contenuti a un elenco di cliché. Easy Rawlins non è un detective di professione, come spesso accade nel genere, bensì un reduce di colore della seconda guerra mondiale, che si trova a indagare su un omicidio durante la rivolta di Los Angeles dell'agosto del 1965.

È esplicitamente schierato dalla parte degli afroamericani, in un continuo ' la nostra povera gente contro i bianchi schiavisti e un sistema corrotto e indifferente verso di noi ', non per questo rifiutandosi, nella sua purezza di pensiero, di aiutare un bianco meritevole, dal quale riceverà, come da tutti quelli che lo conoscono, infinita gratitudine per la sua lucida pietà. Al di là della sepolta immagine dell'eroe senza macchia e senza paura, che stona ancora di più nel contesto urbano americano degli anni Sessanta, si potrebbe attribuire questa semplice unidirezionalità di pensiero come a un tentativo di contestualizzare il personaggio nella situazione storica, come a dire: un nero a Watts nel 1965 non poteva che pensarla così. Può essere un tentativo giustificato e coerente, ma di certo né complesso né troppo dignitoso, con aggravante il fatto che il libro sia stato scritto nel 2004, quando ormai ci si poteva ormai confrontare con ben altri discendenti di Hammet e Chandler. Un altro tentativo di dare alla figura di Rawlins un taglio, se non originale, almeno inusuale, è quello di attribuirgli una famiglia anticonvenzionale: due figli adottati e una moglie fedifraga. Lo aveva già fatto Crumley con acuta dolcezza, mentre Mosley ricade nel patetismo e nella patina di pudicizia che permea tutto il libro; i figli sono ovviamente due disgraziati che lui ha salvato da un futuro condannato, e va da sé, lo adorano, mentre la moglie, scappata tempo prima con nientemeno che con un principe, gli ha sempre assicurato di non avere mai avuto rapporti con l'amante. Insomma persino quando perde non ci rimette un granché, e quello che sembra il motore per una meritata scappatella si risolve con l'eroe casto che rinuncia a un amore che profuma di gioventù per non venir meno alle sue responsabilità. Insomma Rawlins è un vero vincente, e senza nemmeno molto sforzo. In una città assediata dove regna la violenza di strada lui può investigare senza problemi, senza dover escogitare intricati stratagemmi per accedere a situazioni normalmente vietate al comune cittadino poiché, quasi intuendo la sua immacolata missione di giustizia, il potente vicecapo della polizia gli conferisce un lasciapassare che gli permette di circolare ovunque senza dover dare spiegazioni di sorta alle varie autorità. La realtà degli eroi hard boiled è costituita, e qui sta gran parte del loro fascino, dai reietti della società: spacciatori, prostitute, baristi malfamati, truffatori e piccoli delinquenti. Anche nelle sue conoscenze delinquenziali l'eroe di Mosley è particolarmente fortunato: uno è semplicemente il criminale il più pericoloso di L.A. (sic!), mentre l'altro, piccolo truffatore, è un genio indiscusso, e ovviamente entrambi devono all'eroe la loro preziosa gratitudine.

Quando ha bisogno di curarsi Rawlins si rivolge a una misteriosa maga, depositaria di atavici rimedi tribali molto più efficaci di una qualsiasi medicina dell'uomo bianco, che ottusamente non riconosce la validità e il fascinoso potere delle tradizioni degli afroamericani; vien da pensare ai bei tempi in cui i detective si imbottivano di anfetamine e codeina per guidare milleduecento chilometri senza essere sopraffatti da stanchezza e dolore.

Persino i sogni di Rawlins sono chiari ed espliciti ( davvero ridicola la metafora onirica di lui che cerca motivazioni per continuare a pulire una realtà destinata a sporcarsi).

Insomma l'eroe di Mosley è un donnaiolo, invincibile, generoso, corretto, determinato, con le idee chiare, fortunato e modesto;


'La mia fortuna era incredibile. Mi bastava stare alla scrivania, e tutto quello che volevo – sesso, amore, informazioni...- mi arrivava per telefono o bussando alla porta .'


risultando davvero superato, fuori luogo o semplicemente noioso, soprattutto per la pretesa, palese e assolutamente non riuscita, di conferire al libro un tono memorabile, proprio perché tenta di inserirsi in un genere che deve la sua grandezza al superamento, troppi anni prima, proprio di quei cliché dai quali trae forza il protagonista di Little Scarlet.